L’abitato etrusco del Forcello
Il Forcello di Bagnolo S.Vito è il principale abitato
etrusco-padano di VI-V secolo a.C. finora conosciuto
in Lombardia, nonché il più settentrionale dell’area
di espansione etrusca a nord del Po in età arcaica.
Le indagini finora condotte fanno risalire la sua fondazione
a poco dopo la metà del VI secolo a.C., mentre il definitivo
abbandono si colloca agli inizi del IV secolo a.C.,
in probabile concomitanza con le invasioni galliche
dell’Italia settentrionale (388 a.C.).
La localizzazione:
una scelta importante e consapevole
Il sito
del Forcello è collocato pochi chilometri a sud-ovest
di Mantova, in corrispondenza di un dosso di modesta
entità (16,6 m slm) e di forma allungata, che si
estende per circa un chilometro in direzione N-NW
S-SE, situato fra il paleoterrazzo del Mincio ad
ovest e le bassure della valle fluviale ad est.
Alla
luce di questi dati emerge che il Forcello sorgeva
su un’isola, o più probabilmente una penisola,
circondata dalle acque del Mincio: situazione ideale
per sfruttare questa importante risorsa come elemento
di difesa e come via di comunicazione e di traffici.
L’abitato,
che doveva estendersi su una superficie di circa
12 ettari, si sviluppava su un’area di forma triangolare,
con il vertice a sud-est, presso la corte Berla,
e la base a nord-ovest, verso Pietole Virgilio.
Le
ricerche condotte in estensione su quest’area hanno
evidenziato che il dosso su cui sorgeva è di origine
prevalentemente artificiale, formatosi dall’accumulo
degli strati antropici prodotti dall’alternarsi
delle fasi di vita e di degrado dell’abitato. L’ubicazione
e l’abbondanza di materiali di importazione rinvenuti
al Forcello lo caratterizzano come un emporio commerciale
di notevole importanza per Etruschi, Greci e popolazioni
alpine e transalpine. Esso doveva rappresentare
un punto di confluenza nodale per i traffici provenienti
sia dai centri portuali adriatici di Spina e di
Adria sia da altri centri dell’Etruria padana come
Bologna e Marzabotto; ma era anche punto di partenza
di quella via che, passando dalla valle del Mincio,
da Brescia e da Bergamo, conduceva infine a Como,
il centro principale della cultura di Golasecca
durante il V secolo a.C. Le popolazioni golasecchiane,
infatti, detenevano il controllo di alcuni dei
più importanti passi alpini, come quello del San
Bernardino, e, favoriti dalla loro origine celtica
e dalla conoscenza dell’ambiente montano, mantenevano
i contatti con i Celti d’oltralpe.
Storia di una scoperta
La
presenza di un abitato etrusco di tale importanza
nel territorio di Bagnolo S.Vito è rimasta ignorata
per tutto il XIX e parte del XX secolo; poche e
occasionali sono le citazioni nelle pubblicazioni
archeologiche di ambito locale, tuttavia il sito
rimase sconosciuto alla comunità scientifica.
Le prime segnalazioni della
presenza di materiali archeologici nelle campagne di
Bagnolo S.Vito si devono a studiosi locali della fine
dell’Ottocento, Portioli e Paglia, i quali documentarono
l’affioramento di frammenti di oggetti antichi in
seguito al passaggio degli aratri dei contadini e si
limitarono ad annotarne i primi ritrovamenti. La vera
e propria scoperta è attribuibile invece ad alcuni
appassionati locali, Dino Zanoni di Mantova, Amilcare
Riccò di Bagnolo S.Vito e Gualberto Storti di Pietole
che, durante gli anni ‘60 e ’70, in seguito ai lavori
di aratura effettuati sempre più in profondità , raccolsero
un buon numero di materiali in superficie e segnalarono
la presenza del sito alla Soprintendenza Archeologica
della Lombardia.
I primi sopralluoghi e le
ricerche preliminari ebbero inizio nel 1980, portando
a ritrovamenti di tale importanza che spinsero la
Soprintendenza ad intervenire con indagini più approfondite.
Dal 1981 ad oggi sono state condotte 18 campagne
di scavo dirette da Raffaele C. de Marinis, dapprima
come Soprintendenza Archeologica della Lombardia
e dal 1988 come cattedra di Preistoria e Protostoria
dell’Università degli Studi di Milano. Le ricerche
si sono avvalse della collaborazione delle Civiche
Raccolte Archeologiche di Milano dal 1987 al 1993
(Patrizia Frontini) e del Civico Museo Archeologico
di Bergamo dal 1990 ad oggi (Stefania Casini).
Tra il 1982 e il 1993 gli scavi sono stati condotti
con la partecipazione della Cooperativa Ricerche
Archeologiche di Trento (CO.R.A.). |